L’antico che avanza di Andrea Melis
(articolo tratto da MacGuffin n. 2 – Non c’è più il futuro di una volta)
Nella storia dell’umanità quasi sempre la forma si impone sulla sostanza. Pergamene e rotoli, su cui si andarono trascrivendo secolari storie tramandate oralmente, prima o poi finivano, costringendo il contenuto – la narrazione – a riorganizzarsi in canti o in “capitoli” per rispettare le andate a capo e la fine dei margini. Ma si pensi anche alle volte architettoniche da affrescare, alla finitezza delle tele dei pittori, ai blocchi di marmo delle sculture. L’arte è quasi sempre costretta nei confini del suo supporto.
Ma c’è stata almeno una volta nella quale avvenne il contrario, sul finire degli anni ’70.
Vi siete mai chiesti infatti perché un CD-rom contenga 74 minuti e 33 secondi di musica? Una misura così assurda? Non 73 e non 75? Può essere un caso? No, non lo fu.
A quei tempi due colossi come Sony e Philips collaboravano alla creazione di questo nuovo formato digitale, ma i due team di ingegneri arrivavano spesso con proposte differenti.
Quelli della Philips erano orientati a un formato più grande, con una capienza di sessanta minuti di musica. Ma la Sony, pensando alla trasportabilità (era già diventata leader mondiale con i “Walkman” i riproduttori portatili di audiocassette) proponeva un formato più piccolo, da 10 centimetri di diametro.
A dirimere questioni che tecnicamente erano valide alla stessa maniera (punti di vista da ingegneri) la leggenda narra che intervenne la moglie di Norio Ohga, vice presidente della Sony, la quale  suggerì al marito di scegliere una capacità che ben si sposasse con uno dei brani di musica classica più noti: la Nona sinfonia di Beethoven. Norio Ohga, che aveva studiato al Conservatorio di Berlino, andò ad indagare quale fosse la versione più lunga mai eseguita e registrata di tale Sinfonia.
Si individuò così la celebre esecuzione EMI di Wilhelm Furtwängler, registrata dal vivo a Bayreauth nel 1951: era particolarmente lunga, ben più dei soliti 65-70 minuti; era così monumentale che raggiungeva i 74 minuti e 25 secondi, i quali furono scelti come standard per il compact disc, che a quel punto si attestò agli attuali 12 centimetri di diametro. Certo alcune malelingue dicono che la Sony spingesse verso questa modifica sapendo che la Philips aveva già preparato tutti i mezzi necessari alla fabbricazione dei supporti da 115 mm ed era dunque molto più avanti della concorrenza.
Ma a noi piace salvare l’aspetto poetico della faccenda rifacendoci alle parole che il presidente della Sony Akio Morita rivolse al suo omologo tedesco della Philips: sarebbe un affronto a una delle massime espressioni della bellezza musicale dell’umanità dover ancora interrompere tale meraviglia per cambiare “lato”, come avveniva nei Vinili e nelle audio cassette. Così un capolavoro nato centocinquant’anni prima, diede forma a un futuro digitale che stava appena vedendo la luce.