Erika Renai lavora da anni con AttivaMente anche nell’ambito dell’educazione all’adolescenza. Questo articolo nasce da una riflessione sul tema delle scelte in quella fascia d’età. lo stesso che in questo periodo la vede impegnata nel percorso che AttivaMente sta conducendo con l’Ufficio Scolastico Territoriale di Como, per preparare docenti e famiglie ad accompagnare ragazze e ragazzi nella fase del possibile riorientamento all’inizio del prossimo anno scolastico nelle scuole secondarie di secondo grado.

Cosa vuoi fare da grande?

Domenica 4 febbraio 1912, ore 8:22.

Franz dice à bientôt e salta nel vuoto dalla Torre Eiffel con la sua tuta-paracadute.

Non plana.

Precipita.

La sua storia la racconta Jacopo Boschini in Coraggio, è lunedì! di qualche settimana fa.

Di solito si dice: ecco cosa succede quando credi troppo in te stesso.

Ma i test precedenti non erano andati bene, e Franz lo sapeva.

C’era una folla.

C’erano le cineprese.

Aveva esitato quaranta secondi sul bordo.

Franz non è morto per eccesso di autostima.

È morto perché aveva trasformato un esperimento in una performance pubblica e a quel punto tornare indietro aveva un costo che non riusciva a sostenere.

Non è una storia sull’ego.

È una storia su cosa succede quando lo sguardo degli altri occupa lo spazio che dovrebbe essere tuo.

Distinguere la propria voce da quella di chi ti guarda è difficile a qualsiasi età.

A tredici, quattordici anni, è strutturalmente difficile: il cervello è ancora in piena costruzione e lo sguardo esterno ha un peso specifico diverso.

Eppure c’è una domanda che facciamo quasi per riflesso.

Ai pranzi di famiglia.

Nei colloqui scolastici.

Nei corridoi, tra un’ora e l’altra.

Cosa vuoi fare da grande?

Contiene un presupposto silenzioso: che davanti a noi ci sia già qualcuno con un sé formato, che sappia già chi è e debba solo scegliere cosa fare.

In adolescenza, quasi mai è così.

Mattia, il silenzio e il perimetro invisibile

Mattia è un nome di fantasia. La sua storia è quella di molti.

Mattia ha tredici anni e una pagella che è un verdetto.

Insufficiente in matematica, sufficiente stiracchiato in italiano, note disciplinari sparse.

“Intelligente, ma non si applica”. “Potrebbe fare di più”.

Sono frasi che si depositano addosso come polvere.

A forza di sentirle, Mattia ha smesso di scrollarsele di dosso.

Nel frattempo, lui non dice quasi niente.

Se gli chiedi cosa vuole fare dopo le medie, alza le spalle.

Se insisti, dice “Non lo so” con un tono che chiude la conversazione.

E tutti leggono quel silenzio come indifferenza.

Ma sotto quel silenzio, spesso, c’è solo un sovraccarico.

Il suo cervello è in pieno rumore decisionale*.

C’è troppo segnale, troppa interferenza.

Intorno, il sistema non aiuta.

Se ti aspetti poco da un ragazzo e glielo fai capire — con il tono, con lo sguardo, con il tempo che gli dedichi — lui finirà per darti esattamente quel poco.

Non è cattiveria.

È un perimetro invisibile che gli costruiamo attorno, un giorno alla volta.**

A casa, i suoi non sanno più cosa inventarsi.

Gli hanno tolto il telefono, limitato gli allenamenti settimanali, gli hanno spiegato che certe scelte si pagano.

Il peso che Mattia porta non è tutto suo.

Torniamo alla domanda.

Cosa vuoi fare da grande?

La domanda che manca

Quella domanda chiede una direzione.

Presuppone una mappa.

Se non sai ancora chi sei, la mappa non serve: ti orienta verso la destinazione di qualcun altro.

La domanda che manca, quella che quasi non facciamo mai, è un’altra.

Chi vuoi diventare?

Non è la stessa cosa.

La prima chiede uno strumento.

La seconda chiede un’identità.

E in adolescenza è proprio quella la partita aperta — non cosa fare, ma che forma dare a sé stessi.

Ci sono domande che non sono domande di orientamento.

Sono domande di riconoscimento.

Diverse da quella che gli abbiamo fatto finora.

Cosa fai quando nessuno ti guarda?

Non per un voto, non per un like, non per compiacere qualcuno. Quello che rimane quando togli il pubblico è più vicino a te di qualsiasi risposta che daresti in un colloquio.

Cosa ti fa dimenticare l’ora?***

C’è un tempo che vola senza che tu te ne accorga. Non il tempo che riempiamo di cose, quello in cui sei così dentro qualcosa da perdere la percezione di sé. Quando lo trovi, fermati.

Quando ti sei sentito capace di qualcosa, anche una volta sola?

Non bravo per gli altri. Capace per te. Non è una domanda sulla performance. Senza pubblico, senza voto.

Mattia, il silenzio, le spalle alzate.

Forse sta dicendo “non so ancora come rispondere e ho paura che la risposta deluderà qualcuno”.

Quaranta secondi sul bordo

Nessuno sa cosa stava pensando Franz in quei quaranta secondi sul bordo.

La folla c’era, le cineprese giravano.

Ma quei quaranta secondi erano ancora suoi.

La domanda è se siamo disposti a stare lì con Mattia, finché la risposta non c’è.

Senza riempire il silenzio.

Senza anticiparla.

Senza trasformare la nostra ansia in consiglio.

Perché il punto non è evitare che salti.

È stare lì, mentre ancora non sa.

E magari fargli una domanda diversa.

Per approfondire

*Rumore decisionale:

Articolo su Focus.it

Studio dell’Università di Würzburg su PLOS Biology

**Effetto Golem:

Articolo su The Vision

Articolo su Guida Psicologi

***Flow

Csikszentmihalyi Flow: Psicologia dell’esperienza ottimale, ROI Edizioni, 2021

Link Wikipedia